Quante volte si sente il bisogno di aiutare chi è in difficoltà? Secondo me è una tendenza naturale dell’uomo, che oggi purtroppo sembra richieda impegno e tempo smisurati. Alcune persone quando stanno passando un periodo pesante la vedono come una cosa impossibile da sostenere, altre invece ci si rifugiano, a volte quasi per non sentire se stessi. Ma quello di cui voglio parlare è il servizio totalmente disinteressato, svolto senza alcuna aspettativa di risultato o ricompensa, con umiltà, rispetto e amore, in cui è l’atteggiamento mentale che fà la differenza: si riconosce il legame tra chi serve e chi è servito.

C‘é un termine di origine sanscrita che descrive tutto questo: SevaSeva ha due potenzialità di espressione: verso se stessi e verso gli altri. Bisogna essere al servizio di se stessi, sacrificare spazio e tempo per servirsi; proprio come succede per gli altri. 

Seva ha senso se c’è apertura di cuore

Nel momento in cui si serve con cuore e testa, si consegna la persona in difficoltà alla propria forza. In qualsiasi forma o proiezione, se si può elevare la coscienza di un individuo, il suo spirito, il proprio sé, i suoi ambienti, la sua vita, allora è seva. È così che la grazia si moltiplica: quando non si sta cercando un ritorno, quando si crea una relazione fra sé e chi si serve (anche se stessi, appunto).

Yogi Bhajan diceva “Se non puoi smettere di pensare, fai un favore: pensa a che cosa puoi fare”

Fare senza sapere perché. Fare perché si è “pieni” e si sente davvero che si può fare. Seva è prima guadagnare, poi condividere. Sfruttare o farsi sfruttare non è seva. Quando si fa qualcosa per mostrare o per poter dire “hey, ho fatto questo, ho fatto quello…” non è seva. Seva è quando hai qualcosa da condividere, e puoi dare. Per questo è importante farlo innanzitutto verso se stessi, prendendosi cura, meditando, facendo la propria Sadhana… 

Seva è quando ci si sente onorati di fare qualcosa. Si sente dentro se stessi. È quando onora il proprio sé. Quando si sta di fronte alla propria coscienza e ci si sente bene, nonostante il sacrificio e la fatica, quello è Seva. E proprio quando si sta facendo qualcosa con questa attitudine, si possono trovare risposte inaspettate, doni impensabili, per cui ci si era scervellati inutilmente. Anche affidarsi alla vibrazione di un mantra senza conoscerne i dettagli può essere seva.

Guardate la commedia “Se Dio vuole”, parla proprio di questo: il protagonista, uomo apparentemente realizzato, si trova a fare i conti con la mancanza di cura e di attenzione verso i propri affetti, e proprio un periodo di Seva inizialmente “forzata”, gli farà vedere con altri occhi nuovi aspetti della sua vita. A me è successo più volte; in certi momenti il messaggio è chiaro, in altri sembrerà tutto senza senso, ma vi assicuro che prendersi cura solo per prendersi cura è un’esperienza importante. E’ riconoscere valore all’altro. e di conseguenza a se stessi. Quando facevo dei corsi con un insegnante giapponese, a fine lezione ci faceva pulire tutta la sala in ginocchio; può sembrare una forzatura, ma è uno degli insegnamenti più belli che io abbia mai ricevuto. In tutte le discipline orientali succede: ci si prende cura del posto in cui si pratica, degli altri partecipanti e del maestro. Perché facendolo ci prendiamo cura di noi.

Chi viene a mani vuote, andrà via a mani vuote. Yogi Bhajan


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